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I viaggi di Marina e Lorenzo

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Heron Island, l’isola delle tartarughe

Un anno fa di questi tempi era partito il nostro viaggio di nozze in Australia. Viaggio lungo, intenso, che ci ha portato, tra le altre favolose mete, sulla barriera corallina australiana, su Heron Island, nell’area definita Capricornia, dunque sul Tropico del Capricorno, a 2 ore di catamarano da Gladstone, Queensland (sperando che il mare sia clemente). L’isola, che ospita un Resort, è un paradiso naturalistico unico al mondo per più di un motivo:

  • Si tratta di un’isola corallina, dunque costituita solo ed esclusivamente dal top della barriera corallina, che è costituita da coralli ormai sfranti perché morti e levigati e distrutti dal passaggio delle maree
  • L’isola è il luogo prescelto da una moltitudine di specie di uccelli che qui vengono a nidificare nella stagione degli amori e che usano l’isola come base per le loro battute di pesca
  • La barriera corallina australiana è ancora ben conservata, anche se anch’essa sta subendo in modo sia diretto che indiretto i danni del crescente inquinamento e dell’intrusione umana, e la barriera corallina di cui Heron Island è la cima non è da meno, ospitando favolose specie di pesci, coralli, conchiglie, e poi squali, razze e tartarughe marine
  • Proprio le tartarughe marine ogni anno tornano qui a nidificare, intorno a novembre, e le uova si schiudono tra gennaio e marzo.
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La spiaggia di Heron Island. Aree più arretrate come questa sono le prescelte per i nidi delle tartarughe

Le tartarughe marine sono forse l’attrazione più grande di Heron Island, quella che ha fatto la fortuna del Resort. Si avvicinano a riva ad ottobre, cominciano ad annusare l’aria, a ritrovare il luogo dove hanno nidificato l’anno scorso, fanno brevi incursioni, cercando di non farsi disturbare,  e lasciano le caratteristiche impronte di pinne e carapace sulla sabbia. A novembre/dicembre realizzano il nido, direttamente sulla spiaggia, in un punto però dove l’alta marea non possa minacciare le uova, e qui depongono. Dopodiché a gennaio i piccoli, appena nati, dovranno trovare la via più veloce verso il mare, sperando che nel frattempo non sorvoli l’area un’aquila di mare (sull’isola ve ne sono due) affamata.

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L’impronta di una tartaruga di mare sulla sabbia a Shark Bay, Heron Island

Tutto questo meraviglioso percorso della vita avviene sotto lo sguardo degli ospiti del Resort, ai quali è fatto divieto di disturbare le tartarughe sia quando arrivano a deporre, sia quando nascono e cercano la via del mare.

Siccome le tartarughe sono una specie in via di estinzione, minacciata nel proprio habitat marino, sta diventando sempre più difficile assicurare loro anche la tranquillità della cova su un’isola che è sì paradiso naturale ma anche Resort, dunque meta turistica.

A tal fine è stata fondata la Sea Turtle Foundation, che mira a proteggere le tartarughe lungo il loro viaggio annuale che dall’oceano le porta all’isola a nidificare. L’idea alla base della Fondazione è che se Heron Island è un resort per i turisti umani, può essere altrettanto un resort per le tartarughe. L’idea di ricreare le condizioni di paradiso naturale è effettivamente potenzialmente realizzabile: il Resort occupa solo una parte dell’isola e può ospitare fino a 300 turisti. L’altra parte dell’isola è Parco Nazionale, parte del Capricornia Cays National Park; il solo problema che può esserci per le tartarughe, dunque, deriva soltanto dall’invadenza dei turisti che per il desiderio di fare una fotografia rischiano di mettere a repentaglio la vita di chissà quante future tartarughine spaventando sia la madre quando viene a fare il nido, sia i piccoli appena nati che cercano il mare. Il senso di responsabilità di ciascuno di noi dovrebbe essere innato, e non dovrebbe essere un resort ad insegnarcelo, comunque quando siamo sull’isola siamo tenuti a rispettare tutte le regole di non interazione con gli animali e con le tartarughe in particolare. Solo così possiamo contribuire ad assicurare il futuro ad una specie tanto bella quanto in pericolo.

Reef Walking at Heron Island

Paradiso sulla barriera corallina, isola corallina essa stessa, Heron Island è unica nel suo genere. È interamente costituita da coralli, la spiaggia è corallo sfranto, la marea sale e scende giornalmente e giornalmente modifica il paesaggio sommerso. E se durante l’alta marea i grandi vip della barriera, squali, razze e tartarughe marine, si avvicinano a riva per nutrirsi, durante la bassa marea solo i coralli, le stelle marine e i cetrioli di mare restano sotto il pelo dell’acqua. E così, se durante l’alta marea è possibile nuotare anche a pochi m da riva nell’acqua profonda e fare incontri di un certo rilievo, come branchi di pesci, e persino squali (i lemon shark) e razze, durante la bassa marea è interessante fare una passeggiata lungo il reef per scoprire le bellezze naturali del fondale.

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Le razze si avvicinano a riva durante l’alta marea

Ad Heron Island è il Resort stesso che organizza passeggiate guidate lungo il reef; è necessario essere dotati di scarpe chiuse per poter passeggiare in tutta tranquillità sul top della barriera, per due motivi: innanzitutto, perché non è piacevole per la pianta del piede camminare su un terreno che non è sabbioso, ma costituito da minuscole scaglie di corallo sbriciolato e, in secondo luogo, perché il top della barriera è popolato da un insignificante quanto mortale paguro che è bene non disturbare né toccare accidentalmente, dato che il suo pizzico è letale! Scarpa chiusa, dunque (e al Resort se ne trovano in vendita sia da uomo che da donna che da bambino). Per meglio apprezzare il fondale il Resort fornisce una sorta di lente di ingrandimento subacquea (chiamata seascope), che permette di vedere bene i colori e le forme di coralli e spugne, che non si percepiscono altrettanto bene attraverso il pelo dell’acqua increspata.

La visita guidata ha uno scopo non da poco: dà la possibilità di toccare con mano ciò che si può toccare e di capire cosa assolutamente non va fatto. La filosofia degli Australiani, che qui come altrove viene messa in evidenza, è che di animali pericolosi o addirittura letali è piena sia la terraferma che il mare: il solo modo per evitare problemi è non andarseli a cercare, ovvero non provocare gli animali potenzialmente pericolosi con atteggiamenti rischiosi o senza gli accorgimenti necessari. La visita guidata perciò è una brillante possibilità, in tutta sicurezza, di poter interagire con quel magico mondo sommerso che è quello della barriera corallina.

reef walk Heron Island

Il paesaggio sommerso lungo la reef walk ad Heron Island

Anche se i protagonisti sono spugne e coralli – alcuni molto belli e colorati, altri ramificatissimi, tutti all’insegna della varietà e della vivacità di colori – i vincitori del premio simpatia sono i cetrioli di mare. Piccoli e neri, oppure enormi e maculati, questi vermoni sono viscidi al tatto, simili a grossi bruchi lucidi; si nutrono delle impurità che si annidano sul top della barriera e contribuiscono quindi alla buona respirazione dell’ecosistema. Se attaccati, sputano letteralmente un filamento che si solidifica all’istante, stupefacente per quanto è elastico e resistente.

Le stelle marine fanno invece tutt’altra impressione al tatto: sono rigide, sembrano di plastica! Sono gli animali più noti dei fondali marini di tutto il mondo, eppure quanto poco ne sappiamo! Sono diversissime l’una dall’altra, blu, arancioni, maculate…si muovono sul fondale spostandosi con i loro tentacoli a caccia di cibo, mentre la bocca si trova sul lato rivolto verso il fondale.

Ma l’abitante più affascinante è senza dubbio la tridacna: è una conchiglia piuttosto grande, bivalve dalla caratteristica forma ondulata delle due valve. Non si trova una tridacna identica a se stessa sul top della barriera, in quanto varia da una all’altra il colore del mollusco che la abita: verde, arancio, viola intenso, i colori sono molteplici e dovuti alle alghe zooxanthellae (le stesse che determinano i colori dei coralli) che vivono in simbiosi col mollusco.

reef walk heron island

coralli sotto il pelo dell’acqua – reef walk Heron Island

Una reef walk guidata può durare all’incirca 2 ore. Se si decide di fare da soli, magari però dopo aver assistito alla passeggiata guidata, non mancano le raccomandazioni: camminare, con le scarpe chiuse, solo sulla sabbia corallina, e sui sentieri naturali formatisi nella sabbia. Vietato toccare gli animali, per la propria e per la loro incolumità, e vietato portarsi via dei souvenirs come conchiglie di tridacna abbandonate o frammenti di coralli. L’equilibrio ecologico dell’isola dipende dai suoi abitanti e dai suoi ospiti occasionali, cioè noi.

AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 20/10/11

Heron Island, l’isola degli uccelli

Macché! Ci alziamo alle 3.15 AM per andare in aeroporto in tempo utile per prendere l’aereo per Bissane e da qui a Gladstone. Tempo coperto ovunque. A Gladstone ci imbachiamo su un catamarano che in 2 ore ci porta a Heron Island. Sono le 2 ore più lunghe della nostra vita: il catamarano balla, salta sulle onde di un mare che così non l’avevo visto mai. Impossibile non soffrire il mal di mare, tra onde così alte che schiaffeggiano la barca, scrosci di pioggia che ogni tanto arrivano tanto per rallegrare gli animi e un continuo vai e vieni di pacchettini per il vomito. Riesco a resistere solo perché mi aggrappo con tutta me stessa al documentario in DVD sulla barriera corallina che viene trasmesso con l’evidente scopo di distrarre. Quando finalmente sbarchiamo ad Heron Island piove, fa freddo, siamo tutti verdi dalla nausea. Non era così che mi ero immaginata l’arrivo su un’isola tropicale.

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L'approdo a Heron Island

Comunque ci accolgono, ci fanno pranzare, ci assegnano il bungalow (che è privo di chiavi, per gli oggetti di valore rivolgersi alla reception) quindi la nostra permanenza sull’isola può dirsi cominciata. E noi cominciamo.

Il tempo è quello che è, c’è vento e pioviggina, cosa che non ci si aspetterebbe da un’isola che fa parte di Capricornia, la regione così chiamata perché sta sul Tropico del Capricorno. Così, tra le attività proposte dal Resort, partecipiamo al Bird Walk, una passeggiata alla scoperta degli uccelli che popolano l’isola. Heron Island è infatti famosa, o famigerata a seconda dei punti di vista, per l’abbondante presenza di uccelli: il ristorante è una voliera, nel senso che i clienti del resort mangiano dentro la voliera, per evitare di essere disturbati dagli uccelli. Sull’isola è un continuo gracchiare di gabbiani e di sterne. Una di queste sterne, il black noody, è particolarmente diffuso sull’isola: sono a migliaia e particolarmente attivi in questo periodo, perché stanno costruendo i nidi. Piccoli, neri con la testa bianca, il becco nero lungo e sottile, i piedi palmati, colano bassi senza preoccuparsi degli umani che intralciano loro il passo. E soprattutto riempiono l’isola – e gli umani di passaggio – dei loro escrementi. Tutto sommato però son simpatici, a differenza del muttonbird, o shearwater, un altro uccello marino il cui nido è una tana scavata parecchio in profondità, che sta a pescare tutto il giorno sull’oceano, dopodiché a notte torna al nido, e intona il suo straziante lamento, un mix tra un ululato lamentoso e il pianto di un neonato. Lo shearwater (nome scientifico: puffinus pacificus) c’è ma non si vede, la notte intona concerti da film dell’orrore: devi sperare di addormentarti prima che lui torni al suo nido. Sull’isola ci sono poi i gabbiani, antipatici qui come in ogni parte del mondo, e striduli per poter competere col continuo verso del black noody. Altri uccelli sono le sterne, grigio-cianche col ciuffo in testa nero, i martin pescatore, pochissimi esemplari bellissimi, 2 aquile di mare, maestose dalle ali nere e la testa e la pancia bianche. Il premio simpatia lo vincono però delle piccole gallinelle che razzolano tranquille, anche tra i tavoli del ristorante, senza fare rumore e senza lanciare escrementi al loro passaggio, discrete. Il bird walk risulta una passeggiata interessante, sotto la guida di una ragazza dello staff del resort. Al termine di essa sappiamo riconoscere i vari abitanti alati di quest’isola, e conosciamo le loro abitudini.

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un esemplare di black noody vola lungo il bagnasciuga a Shark Bay, Heron Island

Romantica passeggiata sulla spiaggia corallina…

Decidiamo ora di fare una bella passeggiata sulla spiaggia di quest’isoletta, il cui perimetro sarà 1,5 km: c’è vento e fa freddo per potersi stendere a prendere che il sole (che non c’è), ma una bella camminata a piedi nudi sulla spiaggia non ce la neghiamo. La sabbia di Heron Island è tutta interamente costituita da corallo disfatto. È un’isola corallina, nel senso che è a tutti gli effetti l’estremità più alta della barriera, che ormai non viene più coperta dalla marea. Non è quindi un’isola continentale, se scavamo una buca nel centro dell’isola non troviamo terra, ma ancora formazioni coralline ormai, ovviamente, morte. Il vento, il mare, gli agenti atmosferici, gli uccelli di passaggio portano col tempo (migliaia di anni) semi che riescono comunque ad attecchire e a dare vita alla foresta di pisoniae nel centro dell’isola, al pandanus, una grossa palma che produce frutti che da lontano sembrano ananas ma che non hanno niente a che vedere e che ha tutta una serie di radici aeree che partono dal tronco per sostenerlo nel terreno instabile e sabbioso, e di casuarina equisitifolia, che sorge più vicina alla riva. Le piante fanno fotosintesi, perdono le foglie, producono humus, ospitano gli uccelli sempre più numerosi che nidificano, mentre attivano le tartarughe che hanno scelto quest’isola e la vicina Wilson Island, per deporre le loro uova.

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La spiaggia è un continuo veder conchiglie e coralli più o meno grandi, più o meno elaborati, a seconda di cosa si deposita giorno dopo giorno con la marea. Li guardiamo entusiasti, questi coralli, ormai ridotti a fossile di ciò che erano un tempo: organismi viventi senza i quali la barriera non esisterebbe, veri protagonisti di un ecosistema quanto mai vario com’è quello, appunto, della barriera corallina, che coinvolge non solo coralli e spugne, ma invertebrati, alghe, pesci, granchi, fino alle razze, agli squali e alle tartarughe marine. Ci limitiamo a guardare ciò che la spiaggia offre: Heron Island è parco nazionale, per cui nulla può essere portato via. Vi immaginate se da un’isola corallina ogni ospite del Resort infilasse in valigia 1, 2, 3 souvenirs di questo tipo? Scomparirebbe la spiaggia! Lasciamo questi gioielli naturali al loro posto e continuiamo il periplo dell’isola.

un bellissimo corallo sulla spiaggia di Heron Island. Da ammirare, e posare dove si è raccolto

All’imboccatura del porto un relitto della II Guerra Mondiale – che non è naufragato qui, ma c’è stato portato dal fondatore del Resort – ha il compito di contrastare in parte la marea, per tenere pulito l’accesso all’imbarco, e contribuisce a creare un’immagine romantica, anche se finta, della nave senza tempo arenata su un’isola senza tempo, che non può più fare ritorno al proprio porto. La passeggiata sulla spiaggia è molto bella, l’acqua è di un colore incredibile, un azzurro che fa luce anche quando è nuvolo. In lontananza si vedono le onde del mare aperto che si frangono sulla barriera, come se fosse già essa la terraferma. È già ora di cena: andiamo a mangiare nella voliera: stasera cena a buffet che accompagneremo con un vino bianco neozelandese che troviamo ottimo, il Kapuka Sauvignon, profumato e incantevole. Dopo cena il cielo coperto non ci consente di vedere le stelle. Pazienza. Andiamo nella nostra casetta. Il canto dei Black Noody si è parzialmente attenuato, ma siamo già a letto quando sentiamo l’ululato lamentoso, continuo, senza fine, dello shearwater. Come un uccello possa emettere questi versi è un mistero. Ma siamo stanchi. Lo straziante canto dello shearwater ci fa da ninnananna. A domani. E speriamo faccia bello.

AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 22/10/11

Immersi nella barriera corallina

Il nostro programma di oggi prevede una gita lungo il limite della barriera, lungo quello che nel cartone animato “Alla ricerca di Nemo” viene chiamato “il salto nel blu”, in una barca che ha il fondo di vetro, in modo da poter vedere il fondale e tutto ciò che lo popola. Il tour, sempre guidato da una ragazza dello staff, dura un’ora, durante la quale vediamo una barriera corallina che prende vita sotto i nostri occhi, con branchi di pesci, coralli colorati, pesciolini variopinti che cercano cibo tra gli anemoni di mare… questa volta non siamo all’acquario, siamo noi piuttosto quelli intrappolati in uno spazio angusto, ma lo spettacolo ripaga dell’ambiente stretto. Vediamo sia le razze che le mante, che sembra volino in acqua (non per niente in inglese si chiamano Eagle Ray), le tartarughe, che sembrano sospese, e gli squali, sia quelli con la pinna bianca che i cosiddetti Lemonshark, accompagnati dal pesciolino che in cambio della protezione li pulisce delle impurità, classico caso di simbiosi come si studiava a scuola nelle ore di scienze. La varietà di pesci che popolano il reef è impressionante: a righe, bianchi e neri, blu con la coda gialla, gialli con la coda blu, grandi, piccoli, piccolissimi, da soli o in branco… è uno spettacolo degno di un documentario. E ci convinciamo sempre di più della necessità di fare snorkeling questo pomeriggio, quando l’alta marea lo consentirà.

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Lungo il "salto nel blu": underwater Heron Island

Andiamo a pranzo presto, e qui mangio la cosa più strana che mi sia capitata in questo viaggio: non è filetto di canguro, non è salsiccia di emù, non è curry di barramundi né spiedino di coccodrillo: è una lasagna di nachos. Sì, nachos con sugo di pomodoro e formaggio a profusione disposti a lasagna da ingentilire, dato il sapore effettivamente forte di questo piatto da gourmet, con panna acida. Da morire.

“Cos’hai fatto di bello oggi?” “Ho nuotato tra gli squali”

Il tempo non gioca molto a nostro favore. In attesa di un’ora decente per lo snorkeling andiamo a Shark Bay, dove ieri avevamo visto le tracce della tartaruga, e in effetti anche oggi una di esse è emersa, ha fatto due passi sulla spiaggia, poi è tornata in acqua. E una tartaruga si avvicina parecchio al bagnasciuga mentre siamo lì: la seguo per un po’, ma poi riprende il largo. Intorno, intanto, è tutto un gran movimento di razze, neanche a dirlo, più qualche squalo in lontananza. L’alta marea è prevista per le 5 PM. Le 4 PM sono quindi un orario ottimo per lo snorkeling. Andiamo ad affittare l’attrezzatura, maschera e boccaglio, pinne e muta, ci vestiamo e ci buttiamo nella nuova avventura.

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L'alta marea è il momento ideale per fare snorkeling

Non ho mai fatto snorkeling e sostanzialmente sono tutt’altro che una gran nuotatrice: abituarmi a respirare con la bocca è il primo scoglio da superare. In più sono emozionata e agitata allo stesso tempo, e tutto ciò non fa bene alla respirazione! Finalmente partiamo, e Lorenzo avvista uno squalo in lontananza, mentre io mi ritrovo in mezzo ad un branco di pesci argentei di media dimensione. Ma fin qui il fondale è principalmente sabbioso. Decidiamo di allontanarci ancora da riva, di inoltrarci lungo la barriera e qui veniamo ricompensati dalla vista di un universo sommerso di vita, fatto di pesci variopinti, coralli, stelle marine, che nuotano tutti intorno a noi! È una meraviglia, un incanto assoluto!

Quando riemergiamo siamo entusiasti : i pesci che abbiamo visto oggi attraverso il vetro della barca ora li possiamo quasi toccare! Nuotiamo da queste parti, estasiati da ciò che ci circonda per circa mezz’ora, poi decidiamo di tornare indietro.

E succede l’irreparabile.

Mentre nuoto, Lorenzo alla mia destra, mi passa accanto uno squalo, non saprei dire se dalla pinna bianca o un Lemon Shark. Penso “Oh-Oh” e accelero per levarmi il più in fretta possibile da lì. “Fiuuu! È fatta”, penso, ma mi passa un altro lemon shark davanti a sbarrarmi la strada, al suo fianco il fido pesciolino. Mi blocco, cerco Lorenzo. È accanto a me, davanti a lui un altro Lemon Shark, mentre io mi giro e alla mia sinistra ora ne nuotano due. Oddìo, è un incubo! Emergo: sopra le nostre teste c’è la terrazza del bar, con la gente che si sta godendo lo spettacolo. Un obiettivo: nuotare il più in fretta possibile fuori di lì. Ma non è facile, con tutti gli squali che ci nuotano intorno. Finalmente riusciamo ad uscire dalla situazione, e concludiamo la nostra nuotata.

Troppe emozioni, direi che può bastare! Usciamo dall’acqua con l’adrenalina a mille: “Hai visto quanti erano? Ma che era, la vasca degli squali?” Siamo a metà tra lo spaventato e l’esaltato, euforici per quella che ci sembra un’avventura titanica. Sulla spiaggia un ragazzo con la maschera in mano è indeciso se andare in acqua. Fa vedere alla fidanzata uno squalo che passa di lì e non è molto convinto che entrare in mare sia la cosa giusta. Poi ci vede arrivare esaltati, con la muta e le pinne in mano. Ci chiede se ci sono sjarks, Lorenzo risponde, con poca sensibilità, che abbiamo appena nuotato in mezzo a 5 squali, sorridendo come un bambino. I due ragazzi se ne vanno. Nuotare in mezzo agli squali non fa evidentemente per loro!

fonte: @TheAzulOcean

Decido che d’ora in avanti lo Squalo Limone (traduzione di Lemon Shark, che trasforma un terribile squalo in un personaggio da cartoni animati) diventerà il mio animale preferito, il simbolo della nostra permanenza sull’isola. Nella nostra nuotata non avremo visto le tartarughe, ma l’esperienza è valsa ugualmente la pena!

Dopo questa esaltante esperienza ci vuole qualcosa di forte: un cocktail al bar, per esempio, e poi cena. A base di pesce, off course!

E domani l’ultima mattina qui. Peccato, ci stavamo davvero divertendo!

Struggente Heron Island

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In attesa di pubblicare FINALMENTE il diario di viaggio dell’Australia, pubblico una struggente foto delle spiaggia di Heron Island, isola della barriera corallina australiana, quel paradiso ancora fortunatamente incontaminato, anche se in pericolo, quell’ecosistema meraviglioso e incredibile formatosi grazie all’azione millenaria e più dei coralli e di tutti i pesci, molluschi e crostacei che gli ruota intorno.
L’isola, posta sul Tropico del Capricorno, é il top del top della barriera corallina, nel senso che é formata da coralli sfranti, morti, compattati dal tempo e dagli agenti naturali marini e atmosferici. E già solo per questo é unica nel suo genere.
Se sott’acqua vive un universo incredibile soltanto ad immaginarlo, e che rende lo snorkeling e il diving le attività principali se non imprescindibili da svolgere sul’isola, la piccola superficie emersa ospita colonie numerosissime di uccelli. Sono loro i proprietari dell’isola, loro che volano in continuo, con le loro traiettorie ardite, loro che animano l’aria, con il loro continuo canto – non proprio, per la verità, un gradevole cinguettìo – loro che non si curano della presenza umana e vanno e vengono, escono a pesca sull’oceano, ritornano al proprio nido, escono daccapo.
Ma Heron Island é anche l’isola delle tartarughe, che qui nascono e qui tornano a deporre le uova che si schiuderanno entro marzo. Qui puoi vederle nuotare, puoi vederle uscire dall’acqua e trascinarsi sul bagnasciuga per cercare un luogo adatto per il nido, puoi vedere le loro impronte sulla sabbia corallina, puoi vedere, infine i piccolini che, usciti dall’uovo affrontano la prima grande impresa della loro vita: sopravvivere.
Questa é la vita della natura che va avanti nonostante l’uomo. Qui più che altrove siamo ospiti, ospiti che guardano lo spettacolo naturale che si ripete ogni giorno uguale, con le maree che salgono – così squali e razze si avvicinano a riva per mangiare – e che scendono, mentre con il passare delle stagioni si avvicinano le tartarughe per deporre le uova: si avvicinano a riva a ottobre, a novembre cominciano a deporre, da gennaio a marzo i piccolini nascono e ricomincia il ciclo.
Essere ospiti vuol dire essere rispettosi: non si disturbano le tartarughe e in generale gli animali, non si portano via coralli, conchiglie e spugne dalla spiaggia né dal mare, non ci si lamenta dei troppi uccelli vocianti, perché siamo noi di troppo sull’isola, non loro.
Rispettare la natura é la prima regola che si impara ad Heron Island. La seconda é imparare a contemplarla. Vuol dire mettersi lì, in spiaggia, a Shark Bay, per esempio, all’ombra di un albero di casuarina equisetifolia, con i suoi aghi che da lontano lo fanno sembrare un esile pino, o un salice, guardare il profilo della duna di sabbia corallina che scende verso l’acqua che di un celeste così non l’avete mai vista, guardare là in fondo, dove le onde si frangono contro la barriera corallina, laddove c’é il “salto nel blu”, e poi ancora più in là all’orizzonte, seguendo in volo l’aquila di mare, verso l’infinito e oltre…

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